lunedì, 24 agosto 2009 | in : politica, informazione


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La criminalità, si sa, è strettamente correlata alle condizioni di vita della popolazione. E’ del tutto logico che una persona, non avendo altra prospettiva che quella di una vita piena di miseria ed emarginazione sociale per i più svariati motivi (orientamento sessuale, religione, provenienza geografica, appartenenza etnica, ecc…), si dia ai crimini comuni o, ancora peggio, vada ad ingrossare le fila della criminalità organizzata. Spesso, superficialmente, si parla di immigrati come importatori di crimine e violenza. E ci si dimentica che i grandi fenomeni migratori non possono essere bloccati con semplici divieti o leggi nazionali per il semplice fatto che si tratta di individui disperati, che scappano da situazioni catastrofiche di guerre, massacri e carestie. Un vero e proprio fiume in piena, il cui corso può soltanto essere arginato, ma sperare di fermarlo è pura demagogia. Mai si è visto e mai si vedrà un mondo socialmente statico. L’unica ricetta per evitare il proliferare della criminalità e dell’intolleranza, è ridurre al minimo le barriere sociali e gli ostacoli che possono impedire alle persone di integrarsi nella società.

L’Italia, purtroppo, sembra proprio che non lo voglia capire. A Milano, prossima sede dell’Expo mondiale, dove noti esponenti della politica locale (tra cui il leghista Matteo Salvini) vorrebbero introdurre nel metrò vagoni  riservati ai milanesi, figurarsi se uno straniero può aspirare a fare il tranviere o, peggio ancora, l’elettricista. Nel Bel Paese, infatti, capita di non venir assunti per il semplice fatto di esser nati fuori dall’Europa. E’ la triste storia di Mohamed Hailowa, un giovane marocchino regolare di 19 anni, arrivato in Italia da solo nel 2004 e diplomatosi in una scuola professionale per elettricisti. Era animato da un forte spirito d’iniziativa, voleva trovare un lavoro che gli garantisse, finalmente, una vita onesta e indipendente. Aveva pensato di cercare lavoro nel settore dei trasporti pubblici milanesi, presso l’Atm, azienda che da tempo non riesce più a trovare operai e macchinisti: concor­si deserti e bandi a vuoto. Un lavoro che gli italiani non vogliono più fare, insomma. Ma tutta la sua grinta, la stessa dei tanti immigrati che ogni anno arrivano in Italia, si è scontrata col bizantinismo della legge italiana. All’inizio del 2009, sul sito della Atm, ha scoperto di non poter essere assunto. Motivo? Il Regio decreto 148 del 1931, articolo 10, limita le assunzioni a chi ha la cittadinanza italiana. Ma il ragazzo non si è arreso ed è ricorso nel tribunale di Milano, grazie all’aiuto dell’Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e di Avvocati per niente onlus (Apn), che gli hanno garantito assistenza legale gratuita. Mohamed  nemmeno poteva immaginare a quali feroci polemiche avrebbe dato avvio la sua esperienza. Quella di uno straniero che vuole lavorare, in Italia. Fin dall’inizio del processo, ha fatto discutere la corposa memoria stilata dagli avvocati dell’Atm. Tra le argomentazioni vi si legge infatti che, data «la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi maghrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese» da realizzarsi prima delle elezioni del 2006, un marocchino alla guida di un tram non può che essere un rischio per la sicurezza pubblica. Un po’ come vietare l'assunzione di inglesi e tedeschi, noti bevitori di birra, o di scandinavi, con una tendenza media più alta al suicidio e quindi potenzialmente pericolosi per i passeggeri. Per l’esattezza, l’attentato in questione non era altro che “un vago progetto, mai entrato neppure nella fase preparatoria", come ha affermato il procuratore aggiunto della città, Armando Spataro. Dopo alcuni incidenti di percorso, legati al fatto che il marocchino non aveva formalizzato la sua richiesta di lavoro, è arrivata la sentenza. A luglio, il tribunale di Milano ha stabilito che la permanenza del requisito di una determinata cittadinanza, ai fini dell'assunzione, «verrebbe ad assumere i connotati di una disparità di trattamento in senso diseguale e più svantaggioso per il "non cittadino"». I giudici hanno pertanto accolto le richieste del marocchino, salvo il risarcimento danni, e «accertato il carattere discriminatorio del comportamento di Atm Spa» hanno ordinato all'azienda «la cessazione del comportamento e la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione». La vicenda sembrerebbe finalmente chiusa qui, col definitivo (quanto ovvio) pronunciamento della Corte per l’abrogazione della suddetta norma. Invece, apriti cielo:  “E’ una sentenza aberrante”, ha sbottato il capogruppo della Lega in Comune a Milano, Matteo Salvini (sì, lo stesso dei posti riservati ai milanesi). L’attuale eurodeputato ha infatti argomentato: «È arrivata l'ora che questi giudici si trasferiscano in Marocco, dove potranno assaporare le virtù del sistema giudiziario marocchino. A Milano i mezzi pubblici dovranno essere guidati solo da cittadini italiani», aggiungendo: «Chiamerò immediatamente Catania (presidente di Atm, ndr) perché Milano e i milanesi siano rispettati e tutelati e gli fornirò centinaia di curricula di aspiranti autisti lombardi».

Ecco, l’Italia del 2009 è anche questo. Un Paese in cui ci si lamenta perchè gli immigrati creano criminalità e, contemporaneamente, si impedisce loro con tutti i mezzi (e le accuse più infamanti, come quella di terrorismo) di trovare un lavoro regolare, proprio in quei settori dove ce n’è più bisogno. Chiamatela, se volete, inconsapevolezza.

melchiades @ 12:10 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
martedì, 11 agosto 2009 | in : informazione

immigratiProbabilmente, quel giorno d’ottobre, i ragazzi del liceo classico di Cuneo non ci pensavano nemmeno più a ciò che era accaduto poco prima di imbarcarsi, al porto di Patrasso. Un episodio curioso, qualcosa da raccontare agli amici e ai familiari, al ritorno della gita in Grecia. Nient’altro. «E’ cominciato tutto all’improvviso, durante l’imbarco. - racconta uno degli studenti - In pochi secondi sono scesi dal muro di cinta decine di profughi, curdi o afghani. Poveracci che circondavano bus e camion appena arrivavano, tentando di infilarsi sotto o aggrapparsi. E’ successo anche col nostro mezzo. Le forze dell’ordine e il nostro autista li hanno allontanati. Ma non potevamo renderci conto di quanto stava accadendo». Probabilmente i ragazzi italiani non lo sapevano, ma episodi del genere accadono ogni notte. Gruppetti di 10-15 persone, tra cui molti adolescenti, lasciano la baraccopoli dietro il porto e scavalcano la recinzione di due metri, all’altezza del Gate7, correndo verso la seconda rete di filo spinato, che circonda il parcheggio dei camion. Si nascondono tra le merci o in basso, aggrappati al telaio. Prima che arrivi la polizia, altrimenti sono guai. A settembre del 2008, i militari hanno acciuffato un ragazzino che tentava di nascondersi in un camion. Non sono andati per il sottile: l’hanno immobilizzato con un pugno in faccia. Quel giorno, poi, volevano anche divertirsi, i due poliziotti. Così gli hanno puntato una pistola alla tempia gridando: «Ti ammazzo!». E hanno premuto il grilletto. Dopo la finta esecuzione, al ragazzo è stata domandata l’età: 14 anni. Solo allora l’hanno lasciato andare.

Probabilmente quando il bus, che dal porto di Ancona li stava riportando a Cuneo, si è fermato improvvisamente a Pesaro, gli studenti avranno pensato tutti ad un guasto. Probabilmente non sapevano di essere testimoni di una delle più grandi sciagure dell’immigrazione internazionale: la diaspora afgana. Una fuga disperata dalla guerra e dalla miseria, che parte da molto lontano, dai passi innevati sulle montagne di Van, in Turchia, e attraversa le onde del mar Egeo. Tutto questo per guadagnarsi un tentativo di espugnare la fortezza Europa. Una diaspora di cui si parla poco, perché non fa il clamore delle “carrette del mare” libiche che sbarcano a Lampedusa. Eppure ad Ancona, come negli altri porti dell’Adriatico, arrivano a decine ogni giorno. Da anni. Nascosti dentro i camion che a centinaia, ogni notte, si imbarcano sui traghetti che collegano Patrasso e Igoumenitsa all’Italia. Lasciano la Grecia perché in quel paese il tasso di riconoscimento delle richieste d’asilo è fermo al 2%, contro una media europea del 20%. E così scelgono l’Italia, spesso solo come passaggio verso il nord Europa: l’Inghilterra o i Paesi scandinavi. Quel giovane, poco più che ventenne, racconterà invece di essersi aggrappato sotto al telaio del bus perché ha riconosciuto, sulla targa, la sigla “TO”: Torino. Proprio la città del Piemonte dove abitano sua moglie e il suo piccolo bimbo. Un’occasione d’oro per raggiungerli. «Non sappiamo se è riuscito ad aggrapparsi al nostro bus già in Grecia o si è spostato da un altro mezzo durante il viaggio in mare - racconta uno studente - Comunque, fra le ruote della nostra corriera ha resistito più di un’ora. Il tragitto da Ancona a Pesaro». Quasi sessanta chilometri stretto tra l’asfalto e la pancia del mezzo, che frecciava ai cento all’ora sull’autostrada. Poi l’allarme. Alcuni operai di un cantiere, viste le gambe dell’uomo che spuntavano da sotto il pulmann, hanno iniziato a sbracciare verso l’autista, che fortunatamente li ha notati subito e ha accostato. L’uomo era allo stremo, nero in volto per la polvere e i gas di scarico, con gli abiti laceri, un paio di scarpe squarciate e uno zaino vuoto. Immediati i primi soccorsi, poi via in ambulanza. Pochi minuti e sarebbe crollato, rotolando in mezzo alla carreggiata. Pochi minuti e avrebbe fatto la stessa fine Khaled Araba Khail, un ragazzo di 15 anni a cui è andata peggio. Il suo sogno di una nuova vita si è infranto con una cinghia spezzata, che doveva tenerlo aggrappato al telaio di un camion. E’ morto così Khaled, maciullato dall’asfalto di un’austostrada vicino a Forlì, il 22 gennaio del 2008. Gli enormi sacrifici per compiere la traversata che dall’Afghanistan porta a Patrasso, in Grecia, infatti, non bastano. Bisogna rischiare il tutto per tutto, anche la vita. Tra i fortunati ci sono quelli a cui va bene, e quelli che vengono bloccati dalle forze dell’ordine. Dall’inizio del 2008, almeno 290 rifugiati sono stati intercettati sui traghetti nel porto di Bari. E altri 296 nel porto di Ancona, di cui 57 solo il 28 settembre. Sono soprattutto afgani e iraqeni. Molti i minorenni. Tutti rinviati in Grecia, sulla base di un accordo di riammissione tra i due paesi, nonostante le critiche dell’Alto commissariato dei rifugiati dell’Onu. Atene, secondo l’agenzia internazionale, non sarebbe in grado di garantire loro un’adeguata protezione. I minorenni non accompagnati da genitori sono poi inespellibili. Questa purtroppo rimane la teoria. In realtà, con buona pace del ministro Maroni, vengono respinti tutti, indistintamente. Ad esempio, un ragazzino afgano, Jumaa K., è stato rispedito in Grecia per ben tre volte, e una quarta ha rischiato addirittura la morte per asfissia nel vano di un camion. Gli sfortunati, invece, sono quelli che incontrano la morte. L’elenco è lunghissimo: lo scorso 31 luglio, ad esempio, sono stati ritrovati i corpi di 13 uomini, asfissiati lungo il tragitto che dalla Turchia li portava in Grecia. All’appello non mancano i più piccoli, come un adolescente afgano, classe 1992, trovato morto in un tir sulla nave Ionian Queen, appena sbarcata a Brindisi. A Venezia, invece, nel solo 2008 le vittime della traversata dalla Grecia sono già cinque. E la lista si allunga di giorno in giorno.

La diaspora afgana è una catastrofe silenziata, sconosciuta ai più. Gli italiani e i loro governanti, prima di approvare soddisfatti leggi che istituiscono reati come quello dell’immigrazione clandestina (che punisce una persona in base a ciò che è, e non a ciò che fa), dovrebbero confrontarsi con le tragiche vicende di queste persone, di questi esseri umani. Già, esseri umani. Come ciascuno di noi europei.

 

melchiades @ 20:45 | commenti (popup) | commenti
lunedì, 29 giugno 2009 | in :
(Replica che TargatoCn non ha voluto pubblicare. Se volete, diffondetela.)

Sono soddisfatto che il mio articolo abbia suscitato tutto quest’interesse. Ci tengo a precisare che esso esprimeva il mio pensiero, non la linea editoriale di TargatoCN (cui va la mia gratitudine per avermi dato l’opportunità di esprimere liberamente il mio pensiero).
Visto che alcuni hanno speso parte del loro tempo per rispondermi, contraccambio la cortesia replicando ad alcune loro critiche.
Primo. Non capisco questa fretta di identificarmi con un ragazzo di sinistra che muove subdoli attacchi ad un’associazione di estrema destra, quale è Casa Pound. L’Antifascismo, infatti, non è una prerogativa della Sinistra. Dalla Costituzione del mio Paese leggo infatti che esso dovrebbe accomunare tutti i cittadini italiani (lei compreso, caro Serale).
Secondo. Sui singoli punti del programma politico di CP ognuno può chiaramente avere la propria opinione a riguardo. Personalmente, alcuni mi sembrano utopistici e demagogici (come ho già scritto nel precedente articolo), altri di chiaro stampo razzista (quale gli accenni contro una società multirazziale) e altri ancora, invece, degni di rispetto e condivisione quali, per esempio, il diritto al lavoro o la lotta al potere delle multinazionali, vero e proprio flagello per milioni persone nel mondo. E come potrei essere contrario?
Terzo. Leggo la risposta del coordinatore regionale di CP il quale, ringraziandomi per i consigli, afferma che CP preferisce “assaltare il futuro e riprendersi tutto”. Contento lui. Io, al suo slogan, preferisco la frase di Gaber “Libertà è Partecipazione”. Mi ricorda inoltre che “3 fantasmi cuneesi (membri di CP, nda) hanno partecipato, subito dopo il terremoto, al Campo Base di Poggio Picenze (L'Aquila), assieme a altre decine di piemontesi”. Io, però, non ho criticato CP per l’attività sociale di alcuni suoi membri. Anzi, io stesso ho incoraggiato a coinvogliare tutta quest’energia nel volontariato sociale.
Ma ciò che mi stava a cuore sottolineare nel mio articolo è il fatto che insieme a queste azioni e proposte politiche, si tenti contemporaneamente di rispolverare la retorica, i modi e l’omologazione del fascismo, che all’Italia (e all’Europa intera) non han portato troppa fortuna. Ne approfitto poi per rimediare ad una mia svista. Il noto “dittatore italiota” di cui ho parlato non fu impiccato in Piazzale Loreto. Più semplicemente, il suo cadavere fu appeso ad una pompa di benzina. Mi scuso per l’errore, anche se esso non cambia il significato della frase e l’affetto che gli riservò la popolazione milanese.
Il mio articolo voleva inoltre mettere in guardia, gli eventuali lettori, a rifuggire facili e comode soluzioni per problemi complessi (quali la crisi economica e l’immigrazione sono). Infatti, è in momenti come quello che sta oggi attraversando l’Italia che si ha il rischio maggiore di scivolare nella dittatura. Crisi del ’29 docet.
Rimango sempre disponibile al confronto e grato ai miei interlocutori per avermelo concesso.

melchiades @ 13:30 | commenti (popup) | commenti
sabato, 20 giugno 2009 | in : politica

casapound_italiaDa alcuni mesi a questa parte quelle che si pensava fossero soltanto voci infondate, si sono rilevate esatte. L’associazione neofascista Casa Pound, nata nel 2003 in un centro sociale di estrema destra a Roma, sta ora mettendo radici in tutta Italia, Cuneo compresa.

Si è cominciato con la comparsa circa un mese fa, dei primi volantini per le vie del centro cittadino inneggianti ad “assaltare il futuro”, per poi passare a dei veri e propri volantinaggi tra gli studenti delle scuole superiori, molti dei quali hanno mostrato viva preoccupazione, essendo convinti che in Italia la ricostituzione del partito fascista fosse ancora vietata (come recita la nostra Costituzione).

Ma andiamo con ordine. Cosa vuol fare Casa Pound? Dal programma politico presente nel suo sito si scorgono alcune proposte di natura socialista (alti contratti statali di disoccupazione, aiuti alle classi povere, lotta al potere delle banche, ecc…), ma che mirano soprattutto alla pancia della gente, a discapito della loro fattibilità.

Casa Pound, poi, non esita a scagliarsi contro la globalizzazione, proponendo in alternativa un’autarchia a livello europeo. Non mancano naturalmente duri attacchi ad una società multirazziale. Il valore demagogico di tali proposte è evidente. Anzi, molte di queste iniziative risultano a dir poco irrealizzabili e ricordano quelle che 70 anni prima aveva proposto un noto dittatore italiota, finito poi impiccato dalla folla inferocita in Piazzale Loreto, dopo aver portato l’Italia prima al fascio, e poi allo sfascio.

Da ciò che si può sempre leggere sul sito, Casa Pound si propone alla stregua di un movimento aperto e liberale: “Noi ci battiamo per un mondo plurale ed in cui le differenze, sotto qualsiasi forma, siano tutelate e incrementate”; e ancora: “Chi ci accusa di odiare il diverso, quindi, sta semplicemente riciclando uno stereotipo giornalistico che esprime ciò che vorrebbe denunciare: pura e semplice ignoranza”.

Affermazioni di questo tipo, però, non hanno convinto più di un centinaio di giovani cuneesi, che hanno aperto su FaceBook un gruppo dal nome “Fermiamo Casa Pound”. Ciò che fa paura, infatti, aldilà delle dichiarazioni d’intenti che si possono leggere sul sito ufficiale, sono i continui rimandi di Casa Pound alla cultura fascista, che con la libertà (ogni libertà) ha davvero ben poco a che fare, come ci dimostra il triste ventennio di feroce dittatura subito dal nostro Paese all’inizio del ‘900. Per non parlare del più celebre e curioso fra tutti i passatempi che hanno ideato: la cinghiamattanza. “In un mondo che ha prodotto anoressia, automutilazione, castrazione, stanchezza, a noi piace giocare riscoprendo la bellezza del corpo nel sudore, nell’allegria, nell’azione.” Già, e cos’altro c’è di meglio per farlo se non prendersi vicendevolmente a cinghiate? Geniale.

Lancio una proposta ai ragazzi di Casa Pound: se davvero volete soltanto riappropriarvi della vostra partecipazione nella politica, darvi da fare per migliorare la società in cui viviamo, senza luoghi comuni e insulti, allora smettetela di imbrattare le strade con simboli e frasi di matrice fascista, ma entrate nel volontariato sociale (Libera, Croce Rossa Italiana, LVIA, ecc…) e non chiudetevi in slogan e ideologie di un passato che, per quanto possiate evocare, non vi appartiene.


ED ECCO LE REPLICHE ALL'ARTCIOLO:

Serale, di Azione Giovani Cuneo.

Leggo con un misto di incredulità e divertimento gli scritti del signor Borgogno su Targatocn. L'attacco all'associazione Casapound (peraltro associazione regolarmente costituita e registrata) sembra portata avanti più per i soliti preconcetti verso la cultura dell'estrema destra piuttosto che per i veri argomenti. Capisco lo stile da giornaletto schierato di istituto,ma mi piacerebbe ribattere ad alcune affermazioni ridicole ed anacronistiche dell'articolo. Innanzitutto che cos'è Casapound? Casapound è un'associazione di giovani, di chiaro stampo estremistico di destra costituitasi a Roma nel 2003.

Il fulcro della sua attività è l'occupazione a scopo abitativo di stabili disabitati, si accomuna quindi ai tanti “centri sociali” presenti nella nostra realtà nazionale, di stampo socialcomunista, anarchico e di protesta sociale. Il programma politico presentato nell' articolo pubblicato è solo una piccola rappresentanza del vero programma di CP. Vengono contestati gratuitamente e con cieca convinzione solo i passaggi di chiaro stampo utopistico-demagogico propri dell'estrema destra, ma non vengono evidenziati valori positivi come la rinascita della cultura nazionale, l'attacco alle multinazionali(sì, quel No-globalismo affine e caro alla cultura di sinistra),il diritto al lavoro ed al nucleo abitativo, il potenziamento della sanità pubblica, il diritto alla vita, alla cultura ed allo studio,la salvaguardia dell' agricoltura biologica, l'indipendenza energetica etc...

Non viene nemmeno accennato l'ambizioso e maturo progetto del 'mutuo sociale per il diritto alla casa (progetto da me ammirato e tenuto d'occhio con molte speranze per l'attuazione futura). Sicuramente per giudicare un movimento od un gruppo di persone ci vuole anche un minimo di confronto positivo. Nessuno ha evidenziato il fatto che CP ha riqualificato alcuni stabili in zone malfamate rendendoli spazi di aggregazione giovanile, eliminandole dalle mani dello spaccio e del degrado, aiutati dalla popolazione locale. Nessuno ha detto che CP è riconosciuta dal Comune di Roma e da tante realtà comunali Italiane. Si invitano infine i militanti di Destra ad iscriversi a Libera o alla CRI per dedicarsi al volontariato. Qualcuno dica all'autore che i ragazzi di CP sono stati tra i primi a mettere in moto il volontariato, raccogliendo materiale ed aiuti per le popolazioni terremotate di Abruzzo, allestendo un campo di volontari per la ricostruzione a Poggio Picenze dotato di magazzini propri per la distribuzione degli aiuti. Tutto effettuato solo con il lavoro volontario e l' organizzazione degli appartenenti.

Inorridisco infine davanti alla mancanza di conoscenza storico culturale dell'autore, sulla sua ignoranza (il 'dittatore italiota' non mi risulta impiccato)e dal pressapochismo delle sue parole.
Sicuramente non mi riconosco a prescindere nei valori e nella totalità delle azioni di Casapound. Anzi condanno apertamente alcune delle loro idee,delle loro azioni e delle loro ideologie ma alcune iniziative, azioni ed ideali non sono diverse dal concetto della destra sociale moderna. La solita retorica sinistroide del fare di tutto quello che c'è a destra 'un fascio' (mai parola più appropriata al caso) oramai è anacronistica e superata. Si può parlare, ci si può confrontare, ma l'attacco fine a se stesso è vile e dimostra una scarsa preparazione politica e retorica.

Risposta di Racca, Casa Pound Piemonte.

Ringrazio sentitamente di cuore la testata TargatoCn e l'autore Oscar Borgogno, per l'interesse e i consigli che ci hanno esposto, ma noi preferiamo assaltare il futuro e riprenderci tutto, e, quindi, preferiamo CasaPound. Niente male per dei fantasmi aprire 20 pub in un anno, 15 librerie, e tanti altri avamposti in tutta Italia. E poi, si sa, i fantasmi sono anche biricchini, quindi ecco che 3 fantasmi cuneesi hanno partecipato, subito dopo il terremoto, al Campo Base di Poggio Picenze (L'Aquila), assieme a altre decine di piemontesi... E non dimentichiamo che questi fantasmini con il simbolo della tartaruga, in Piemonte, hanno sedi a Torino, Novara e nel Vco, dove un ragazzo/fantasma si è anche candidato per il rinnovo del consiglio comunale di Verbania. Nell'attesa che il giornalista in cerca di scoop (quale poi?) trovi i ghostbusters giusti - aggiunge il responsabile Piemonte di Cpi - l'attività procederà intensa nel cuneese come nel resto della regione. E vi ricordo che siamo fantasmi un po' strani, di quelli che agiscono alla luce del sole, con le proprie faccie e i propri nomi. Quindi, se volete parlare di CasaPound, non avete che da contattare il responsabile e fargli le domande del caso.

melchiades @ 13:15 | commenti (popup) | commenti
lunedì, 27 aprile 2009 | in : politica

borghezioTutte le destre estremiste d’Europa, quelle che si rifanno al fascismo e ai suoi (dis)valori, guardano all’Italia con occhi pieni d’invidia. Loro non hanno la Lega Nord. Quel piccolo partito xenofobo che, nel giro di vent’anni, ha raggiunto i 3 milioni d’elettori, entrando a far parte del governo con ben 4 ministeri. Un po’ tutti, in questi anni, hanno provato a dare la propria interpretazione al fenomeno. “Fanno leva sulle paure della gente”, attaccano alcuni. “Affrontano di petto i problemi reali delle persone”, ribattono altri. Resta il fatto che i leghisti, ma soprattutto i loro leaders più carismatici, sono considerati delle vere e proprie stars tra i fascisti d’oltralpe. Uno fra tutti: Borghezio. Da qualche settimana gira su YouTube un video molto interessante ed istruttivo, tratto da un documentario francese trasmesso da Canal Plus: “Europe: ascenseur pour les fachos” (“L'Europa: un ascensore per i fascisti”). Siamo a Nizza. Dopo il solito comizzietto urlato, infarcito di frasi piene di retorica all’insegna del “padroni a casa nostra”, un giornalista (francese, e dunque serio) si intrufola fra i giovani che si consigliano col vecchio saggio. Vogliono sapere i motivi del successo leghista e Borghezio non si tira indietro (tanto chi lo può sentire?): “dovete rientrare nelle amministrazioni dei piccoli comuni, insistere sull’aspetto regionalista del movimento”, ma lo interrompe subito un militante più navigato: “Per voi italiani è più semplice giocare su questo!”. Già, vallo tu a spiegare ai francesi che per noi italiani non è poi così scandaloso sostituire la carta igienica alla Costituzione. Ma il fiero padano insiste: “non dovete passare per fascisti nostalgici”, piuttosto “proponetevi come un nuovo movimento regionale, cattolico…”. Con la dovuta precisazione: “ma sotto sotto rimanere gli stessi”, quelli che nonostante tutto son sempre stati: fascisti, appunto. E’ la Lega, bellezza.

melchiades @ 18:05 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
giovedì, 16 aprile 2009 | in : informazione
TargatoCN, 6 giovane: my wall (www.targatocn.it/it/internal.php)

Sabato 21 marzo eravamo in 150mila a manifestare per le vie di Napoli. Migliaia di studenti, scout, tante famiglie e tanti bambini insieme ai volontari dell’antimafia sociale e ai familiari delle vittime di tutte le mafie. In marcia contro la criminalità organizzata, ma soprattutto in marcia per la giustizia e per i diritti. Quegli stessi diritti che in Italia purtroppo esistono ancora soltanto sulla Carta. E’ stato categorico Don Ciotti, dal palco allestito in piazza Plebiscito: “I diritti devono farsi carne, dobbiamo farli entrare nella nostra vita quotidiana. Perché le mafie danno come favori ciò che lo Stato deve garantire come diritti”. In occasioni come questa, bisogna sempre stare in allerta affinché il ricordo e la memoria non si trasformino in celebrazioni rituali per sentirsi a posto con la propria coscienza. Credi soltanto a ciò che costa fatica, scriveva Pavese, tutto il resto è retorica. Sabato scorso, quelle migliaia di ragazzi lo hanno voluto gridare. Si sono dati appuntamento nella capitale della Camorra per testimoniare il proprio disgusto nei confronti dell’indifferenza, delle ingiustizie e delle mafie.

Consapevoli però che il cambiamento passa per ciascuno di noi, 365 giorni all’anno. 'L’etica Libera la bellezza', queste le parole d’ordine del corteo. Parole che a prima vista potrebbero sembrare un po’ ingenue, naïve. Ma in realtà significano tutto. Bisogna aiutare la gente a riconoscere il bello, a cercarlo, a desiderarlo. Soltanto in questo modo non soffocheremo nel fango dell’indifferenza, dell’abitudine. La lotta alle mafie passa per la ri-scoperta della bellezza. Non so se questa battaglia la potremo vincere. Di una sola cosa sono certo: l’antimafia non è un impegno per pochi. E’ uno stile di vita, quello del cittadino che guarda il suddito con un misto di pietà e orgoglio. Consapevole che il miglior modo per difendere la propria libertà è utilizzarla. Ricordo a tutti che venerdì 27 marzo, ore 21, partirà dal Parco della Resistenza di Cuneo una fiaccolata in memoria delle vittime di mafia. Invito a parteciparvi chiunque abbia deciso di 'sporcarsi le mani' attraverso l’impegno nella società, per essere finalmente un vero cittadino. Perché le parole sono importanti, ma da sole non bastano.

melchiades @ 17:34 | commenti (popup) | commenti
mercoledì, 26 novembre 2008 | in :

1520-923Chi ha partecipato all’incontro del 26 novembre tra Pino Masciari e i circa trecento studenti di Cuneo, non si dimenticherà facilmente di ciò che ha visto e sentito. La sua coscienza (perché tutti ne abbiamo una) non glielo permetterà. Non potrà far finta di niente, dopo aver udito le sue parole. Le parole di un uomo che dalla vita aveva tutto. Era ricco, aveva una famiglia, la sua impresa edile faceva affari d’oro in Calabria e all’estero. Solo una cosa non andava: tutto ciò che ci stava intorno. Era il periodo delle grandi stragi di mafia, quelle che uccisero Falcone e Borsellino. In Calabria intanto ancora nessuno osava parlare di ‘ndrangheta. Ma Pino lo fece. Denunciò quel sistema fatto di collusioni politico-mafiose che si era ormai infiltrato in tutta la società calabrese, dal negozietto sotto casa all’azienda con 500 operai. Fece i nomi e i cognomi di quelli che gli chiesero il pizzo. Raccontò tutto ai magistrati: dai mafiosi che volevano il 3% ai politici che ambivano al 6%. Partirono le indagini e i criminali iniziarono a pagarne le conseguenze. Ma la loro risposta non si fece attendere. Telefonate piene d’insulti e minacce nel pieno della notte,  furti d’attrezzature nei cantieri e colpi di lupara contro i macchinari. Ma Pino non cedeva. E allora decisero di gambizzare suo fratello. Perché le mafie operano così: se proprio non ti decidi a piegare la testa, te la fanno pagare colpendo i tuoi cari. Così nel 1994 Pino decise di chiudere l’azienda e licenziare quei pochi operai che rimanevano. Tre anni più tardi venne inserito nel programma di protezione dei testimoni di giustizia e spedito in una località segreta. Per più di dieci anni lui, la moglie e i loro due figli non sono più potuti tornare in Calabria, nella loro casa. Hanno vissuto sotto scorta, isolati dalla società. Quei trecento studenti che hanno ascoltato Pino per quasi due ore col fiato sospeso avevano gli sguardi seri e pensierosi. Forse il 26 novembre quei ragazzi hanno capito cos’è un Uomo. Hanno capito che ormai di eroi il nostro paese ne ha avuti troppi. E soltanto quando le loro azioni (come non aver piegato la testa alla prepotenza politico-mafiosa) rientreranno nell’ambito del normale, potremmo dire che sarà cambiato qualcosa. Ma tutto ciò dipende dalla nostra volontà.

melchiades @ 17:20 | commenti (popup) | commenti
martedì, 30 settembre 2008 | in : scuola

aereo terraLa Pulce, settembre 2008

Mariastella Gelmini, Il nuovo ministro dell’istruzione, vuole fare sul serio. Ha iniziato col ritorno del temutissimo voto in condotta, che di punto in bianco farà sparire migliaia di fastidiosissimi bulli dalle nostre scuole, e del grembiulino «che ricorda tanto i bei vecchi tempi», quando gli studenti erano tutti diligenti studiosi e non pensavano ad altro che all’algebra. Fino a qui nulla di grave, oltre all’illusione di cambiare i ragazzi.

Peccato che la ministra (o chi per lei) abbia deciso di continuare imperterrita la sua campagna. C’era da aspettarselo, figurarsi se tutte queste inutili modifiche non volessero preparare il terreno alla “riforma” vera e propria: i licenziamenti. Puntuale, una decina di giorni fa, è arrivato il Piano programmatico: spariranno 87.000 cattedre d’insegnante, 44.500 posti di personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Tutto questo senza contare gli specialisti d’inglese alle elementari che perderanno il lavoro (11.200 circa).

La scusa è sempre la stessa: mancano i soldi, perciò bisogna risparmiare. Sulla scuola, sulla ricerca, sulla cultura. Insomma, lì dove noi Italiani ci possiamo permettere di stringere la cinghia. I “risparmi” saranno 8 miliardi di euro. Quei soldi serviranno per altro. A pagare i debiti dell’Alitalia, ad esempio. Già, perché il nostro governo ha regalato la parte pulita dell’azienda ad un gruppetto di imprenditori che, in cambio di favori politici e appalti all’expo di Milano, si prenderà patriotticamente la briga di amministrarla.

La parte cattiva, quella marcia di debiti, andrà allo Stato (cioè noi). Avevamo giusto 8 miliardi freschi freschi da investire, no? E in cosa, se non per incentivare le imprese (quelle fallite, in particolar modo)? Non ci resta che spiegare ai professori precari nelle nostre scuole, ai tecnici e ai ricercatori che presto perderanno il posto di lavoro a causa dell’Alitalia, o di quello che ne rimane. Il Governo l’ha salvata, così fanno sapere tutti i telegiornali, ma si dovrà pur fare qualche sacrificio.

In un paese dove chi fa ricerca universitaria da trent’anni è pagato 1000 euro, dove se vuoi studiare astrofisica ci sono le migliori università ma se dopo vuoi anche lavorare te ne devi andare, dove con 5.000 euro ti compri una laurea e se magari sei “figlio di” puoi anche fare carriera, ecco, in un paese del genere questo è la norma.

Viviamo in Italia, terra dalle mille contraddizioni. Passiamo il tempo a spaventarci per gli immigrati, mentre la Camorra uccide 600 persone all’anno. Inviamo i soldati nelle piazze per difenderci dagli scippi e togliamo la scorta a Pino Masciari, colpevole di aver infastidito troppi politici con le confessioni sul pizzo, pagato da migliaia di industrie grandi e piccole, al nord come al sud.

Di questo passo finiremo per avere ministri che denunciano le promozioni facili al Meridione e poi volano a Reggio Calabria per dare l'esame da avvocato, tanto per dire.

 

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domenica, 14 settembre 2008 | in : informazione

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Adelante, settembre 2008

Sembra passata un’eternità da quando la gente era ancora infuriata per le tasse, per gli sprechi della politica, per Mastella e la sua famiglia. Quando La casta era letta da un milione di persone. Sembra passato tanto tempo, ma sono solo cinque mesi. Di novità ne son successe, certo. Veltroni e d’Alema hanno creato due televisoni via satellite per il Pd (una a testa), Vendola e Ferrero hanno amichevolmente spezzato in due Rifondazione, la Georgia ha occupato coi militari l’Ossetia e ne ha pagato le conseguenze, Bin Laden continua a bivaccare sui monti del Pakistan mentre gli Usa tentano di prenderlo da sei anni con 40.000 uomini. In Israele, uno stato perennemente in guerra fin dalla nascita, il Premier Olmert si è dimesso perché indagato e per dimostrare la sua innocenza nei panni di semplice cittadino.

In Italia, invece, è salito al potere il terzo governo Berlusconi. Ed è diminuita di colpo l’indignazione della gente. Viene da chiedersi il motivo. Gli Italiani non sanno cosa sta succedendo? Forse sono convinti che, grazie a Brunetta, i furbi sono diventati responsabili lavoratori. Che a Napoli è sparita la monnezza per strada e non i giornalisti che la raccontavano. Che ora non dobbiamo più pagare l’ICI e i comuni continueranno a vivere lo stesso. Che col federalismo saremo tutti più ricchi, al Nord come al Sud. Forse anche tutta quella gente che pochi mesi fa assisteva estasiata ai comizi dei vari Borghezio, Bossi, Tremonti davanti all’Alitalia, per salvarla dalle sozze mani francesi, è felice di quello che sta succedendo.

E’ felice che l’azienda, ormai quasi salvata dall’intervento di Air France (che, grazie a Prodi e Padoa-Schioppa, era pronta a comprarsela con tutti i debiti e i tre quarti degli attuali licenziamenti) probabilmente fallirà a causa di una promessa elettorale powared by Lega&Berlusconi. I quali, buon per loro, erano convinti che i lavoratori avrebbero accettato di buon grado 6000 esuberi e il dimezzamento degli stipendi solo per far piacere ad una cordata di imprenditori rigorosamente italiani che si sarebbe presa la parte sana dell’azienda (in aggiunta a cospicui appalti per l’Expo di Milano, come ringraziamento) lasciando patriotticamente i debiti allo Stato (cioè noi).

Forse non tutti sarebbero soddisfatti di ciò che sta accadendo, se solo ci fosse qualcuno che raccontasse loro i fatti. Se il Tg1 sostituisse la rubrica di cucina con dei servizi su Napoli oppure spiegasse che il Lodo Alfano pone tre cittadini al di sopra della Costituzione, che avere le impronte digitali di bambini Rom nelle questure non servirà ad aumentare la sicurezza e che i 3000 soldati mandati nelle nostre città fanno solo paura ai turisti, insomma se il Tg1 facesse informazione, magari molta gente si chiederebbe per chi ha votato. Parlo del Tg1 come degli altri telegiornali Rai, che campano col nostro canone, e da cui possiamo pretendere un’informazione seria.

Se la gente tornasse ad incazzarsi e a far di tutto per ottenere un giornalismo vero, indipendente dai partiti politici, allora anche la nostra cara Italia potrebbe diventare una democrazia in cui il popolo, oltre che ad essere sovrano, è consapevole di ciò che accade. Ed è molto più difficile ingannare la gente, quando è ben informata.

 

 
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mercoledì, 13 agosto 2008 | in : società

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 l'Ortica, 12 agosto 2008

La mia, come molte altre, è una generazione che ignora. Ormai sono finiti i tempi in cui anche tra i giovani si parlava di politica. Si, effettivamente detta così non è che sia una bella scoperta: é piuttosto ovvia come constatazione. Però quando ci penso, mi intristisco.

L’occasione per farlo, mi è arrivata pochi giorni fa, ad un concerto.

Mentre tentavo di raggiungere tra mille difficoltà l’angolo birra, spintonato dalla folla, mi sono imbattuto in un piccolo tavolino sorvegliato da due anziani. Le loro facce non mi erano nuove, le avevo già viste ad una conferenza sulla Resistenza: erano partigiani, gli ultimi. Parlavano tra loro di un tale che era morto poche settimane prima: sessant’anni fa avevano combattuto insieme sulle montagne.

Intanto, il fiume di persone diretto ad abbeverarsi continuava ininterrotto il proprio corso.  Si andava di fretta: pochi minuti e la musica sarebbe ricominciata. Sul tavolo c’era un foglio, gli diedi un’occhiata. Pur conoscendole a memoria ormai, venni rapito da quelle parole, pesanti come massi.  Erano di Calamandrei e parlavano all’anima. Parlavano della costituzione, nata dalla lotta di migliaia di persone che si sacrificarono per la libertà.

Poco distanti c’erano delle tessere dell’ANPI. L’associazione partigiani italiani. Tutti, per il solo fatto che siamo cittadini, dovremmo averne una.

Stavo per andarmene immerso nei miei pensieri, quando è arrivata di corsa una ragazza verso i due signori. Allora c’è qualcuno a cui frega ancora qualcosa della Resistenza, penso io. Piuttosto di fretta, si avvicina. «Salve, scusate… posso lasciarvi la mia borsetta? Tra un’ora ripasso a prenderla… Grazie!».

Aveva fretta: sul palco si cantava Bella Ciao. Lei, come tutte le persone che sorseggiavano birra, hanno gettato il bicchiere per alzare orgogliosi i pugni e cantare insieme, fieri di avere attorno al collo una Kefia. La loro Kefia.

Intanto i due vecchi stavano smontando il tavolino, si era fatto tardi e di tessere ne avevano compilate ben poche.

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