lunedì, 24 agosto 2009 | in : politica, informazione


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La criminalità, si sa, è strettamente correlata alle condizioni di vita della popolazione. E’ del tutto logico che una persona, non avendo altra prospettiva che quella di una vita piena di miseria ed emarginazione sociale per i più svariati motivi (orientamento sessuale, religione, provenienza geografica, appartenenza etnica, ecc…), si dia ai crimini comuni o, ancora peggio, vada ad ingrossare le fila della criminalità organizzata. Spesso, superficialmente, si parla di immigrati come importatori di crimine e violenza. E ci si dimentica che i grandi fenomeni migratori non possono essere bloccati con semplici divieti o leggi nazionali per il semplice fatto che si tratta di individui disperati, che scappano da situazioni catastrofiche di guerre, massacri e carestie. Un vero e proprio fiume in piena, il cui corso può soltanto essere arginato, ma sperare di fermarlo è pura demagogia. Mai si è visto e mai si vedrà un mondo socialmente statico. L’unica ricetta per evitare il proliferare della criminalità e dell’intolleranza, è ridurre al minimo le barriere sociali e gli ostacoli che possono impedire alle persone di integrarsi nella società.

L’Italia, purtroppo, sembra proprio che non lo voglia capire. A Milano, prossima sede dell’Expo mondiale, dove noti esponenti della politica locale (tra cui il leghista Matteo Salvini) vorrebbero introdurre nel metrò vagoni  riservati ai milanesi, figurarsi se uno straniero può aspirare a fare il tranviere o, peggio ancora, l’elettricista. Nel Bel Paese, infatti, capita di non venir assunti per il semplice fatto di esser nati fuori dall’Europa. E’ la triste storia di Mohamed Hailowa, un giovane marocchino regolare di 19 anni, arrivato in Italia da solo nel 2004 e diplomatosi in una scuola professionale per elettricisti. Era animato da un forte spirito d’iniziativa, voleva trovare un lavoro che gli garantisse, finalmente, una vita onesta e indipendente. Aveva pensato di cercare lavoro nel settore dei trasporti pubblici milanesi, presso l’Atm, azienda che da tempo non riesce più a trovare operai e macchinisti: concor­si deserti e bandi a vuoto. Un lavoro che gli italiani non vogliono più fare, insomma. Ma tutta la sua grinta, la stessa dei tanti immigrati che ogni anno arrivano in Italia, si è scontrata col bizantinismo della legge italiana. All’inizio del 2009, sul sito della Atm, ha scoperto di non poter essere assunto. Motivo? Il Regio decreto 148 del 1931, articolo 10, limita le assunzioni a chi ha la cittadinanza italiana. Ma il ragazzo non si è arreso ed è ricorso nel tribunale di Milano, grazie all’aiuto dell’Associazione studi giuridici sull'immigrazione (Asgi) e di Avvocati per niente onlus (Apn), che gli hanno garantito assistenza legale gratuita. Mohamed  nemmeno poteva immaginare a quali feroci polemiche avrebbe dato avvio la sua esperienza. Quella di uno straniero che vuole lavorare, in Italia. Fin dall’inizio del processo, ha fatto discutere la corposa memoria stilata dagli avvocati dell’Atm. Tra le argomentazioni vi si legge infatti che, data «la notizia, apparsa sulle maggiori testate giornalistiche, che cinque terroristi maghrebini avrebbero organizzato un attentato nella metropolitana milanese» da realizzarsi prima delle elezioni del 2006, un marocchino alla guida di un tram non può che essere un rischio per la sicurezza pubblica. Un po’ come vietare l'assunzione di inglesi e tedeschi, noti bevitori di birra, o di scandinavi, con una tendenza media più alta al suicidio e quindi potenzialmente pericolosi per i passeggeri. Per l’esattezza, l’attentato in questione non era altro che “un vago progetto, mai entrato neppure nella fase preparatoria", come ha affermato il procuratore aggiunto della città, Armando Spataro. Dopo alcuni incidenti di percorso, legati al fatto che il marocchino non aveva formalizzato la sua richiesta di lavoro, è arrivata la sentenza. A luglio, il tribunale di Milano ha stabilito che la permanenza del requisito di una determinata cittadinanza, ai fini dell'assunzione, «verrebbe ad assumere i connotati di una disparità di trattamento in senso diseguale e più svantaggioso per il "non cittadino"». I giudici hanno pertanto accolto le richieste del marocchino, salvo il risarcimento danni, e «accertato il carattere discriminatorio del comportamento di Atm Spa» hanno ordinato all'azienda «la cessazione del comportamento e la rimozione della richiesta della cittadinanza tra i requisiti di selezione delle offerte di lavoro e delle proposte di assunzione». La vicenda sembrerebbe finalmente chiusa qui, col definitivo (quanto ovvio) pronunciamento della Corte per l’abrogazione della suddetta norma. Invece, apriti cielo:  “E’ una sentenza aberrante”, ha sbottato il capogruppo della Lega in Comune a Milano, Matteo Salvini (sì, lo stesso dei posti riservati ai milanesi). L’attuale eurodeputato ha infatti argomentato: «È arrivata l'ora che questi giudici si trasferiscano in Marocco, dove potranno assaporare le virtù del sistema giudiziario marocchino. A Milano i mezzi pubblici dovranno essere guidati solo da cittadini italiani», aggiungendo: «Chiamerò immediatamente Catania (presidente di Atm, ndr) perché Milano e i milanesi siano rispettati e tutelati e gli fornirò centinaia di curricula di aspiranti autisti lombardi».

Ecco, l’Italia del 2009 è anche questo. Un Paese in cui ci si lamenta perchè gli immigrati creano criminalità e, contemporaneamente, si impedisce loro con tutti i mezzi (e le accuse più infamanti, come quella di terrorismo) di trovare un lavoro regolare, proprio in quei settori dove ce n’è più bisogno. Chiamatela, se volete, inconsapevolezza.

melchiades @ 12:10 | commenti (2)(popup) | commenti (2)
martedì, 11 agosto 2009 | in : informazione

immigratiProbabilmente, quel giorno d’ottobre, i ragazzi del liceo classico di Cuneo non ci pensavano nemmeno più a ciò che era accaduto poco prima di imbarcarsi, al porto di Patrasso. Un episodio curioso, qualcosa da raccontare agli amici e ai familiari, al ritorno della gita in Grecia. Nient’altro. «E’ cominciato tutto all’improvviso, durante l’imbarco. - racconta uno degli studenti - In pochi secondi sono scesi dal muro di cinta decine di profughi, curdi o afghani. Poveracci che circondavano bus e camion appena arrivavano, tentando di infilarsi sotto o aggrapparsi. E’ successo anche col nostro mezzo. Le forze dell’ordine e il nostro autista li hanno allontanati. Ma non potevamo renderci conto di quanto stava accadendo». Probabilmente i ragazzi italiani non lo sapevano, ma episodi del genere accadono ogni notte. Gruppetti di 10-15 persone, tra cui molti adolescenti, lasciano la baraccopoli dietro il porto e scavalcano la recinzione di due metri, all’altezza del Gate7, correndo verso la seconda rete di filo spinato, che circonda il parcheggio dei camion. Si nascondono tra le merci o in basso, aggrappati al telaio. Prima che arrivi la polizia, altrimenti sono guai. A settembre del 2008, i militari hanno acciuffato un ragazzino che tentava di nascondersi in un camion. Non sono andati per il sottile: l’hanno immobilizzato con un pugno in faccia. Quel giorno, poi, volevano anche divertirsi, i due poliziotti. Così gli hanno puntato una pistola alla tempia gridando: «Ti ammazzo!». E hanno premuto il grilletto. Dopo la finta esecuzione, al ragazzo è stata domandata l’età: 14 anni. Solo allora l’hanno lasciato andare.

Probabilmente quando il bus, che dal porto di Ancona li stava riportando a Cuneo, si è fermato improvvisamente a Pesaro, gli studenti avranno pensato tutti ad un guasto. Probabilmente non sapevano di essere testimoni di una delle più grandi sciagure dell’immigrazione internazionale: la diaspora afgana. Una fuga disperata dalla guerra e dalla miseria, che parte da molto lontano, dai passi innevati sulle montagne di Van, in Turchia, e attraversa le onde del mar Egeo. Tutto questo per guadagnarsi un tentativo di espugnare la fortezza Europa. Una diaspora di cui si parla poco, perché non fa il clamore delle “carrette del mare” libiche che sbarcano a Lampedusa. Eppure ad Ancona, come negli altri porti dell’Adriatico, arrivano a decine ogni giorno. Da anni. Nascosti dentro i camion che a centinaia, ogni notte, si imbarcano sui traghetti che collegano Patrasso e Igoumenitsa all’Italia. Lasciano la Grecia perché in quel paese il tasso di riconoscimento delle richieste d’asilo è fermo al 2%, contro una media europea del 20%. E così scelgono l’Italia, spesso solo come passaggio verso il nord Europa: l’Inghilterra o i Paesi scandinavi. Quel giovane, poco più che ventenne, racconterà invece di essersi aggrappato sotto al telaio del bus perché ha riconosciuto, sulla targa, la sigla “TO”: Torino. Proprio la città del Piemonte dove abitano sua moglie e il suo piccolo bimbo. Un’occasione d’oro per raggiungerli. «Non sappiamo se è riuscito ad aggrapparsi al nostro bus già in Grecia o si è spostato da un altro mezzo durante il viaggio in mare - racconta uno studente - Comunque, fra le ruote della nostra corriera ha resistito più di un’ora. Il tragitto da Ancona a Pesaro». Quasi sessanta chilometri stretto tra l’asfalto e la pancia del mezzo, che frecciava ai cento all’ora sull’autostrada. Poi l’allarme. Alcuni operai di un cantiere, viste le gambe dell’uomo che spuntavano da sotto il pulmann, hanno iniziato a sbracciare verso l’autista, che fortunatamente li ha notati subito e ha accostato. L’uomo era allo stremo, nero in volto per la polvere e i gas di scarico, con gli abiti laceri, un paio di scarpe squarciate e uno zaino vuoto. Immediati i primi soccorsi, poi via in ambulanza. Pochi minuti e sarebbe crollato, rotolando in mezzo alla carreggiata. Pochi minuti e avrebbe fatto la stessa fine Khaled Araba Khail, un ragazzo di 15 anni a cui è andata peggio. Il suo sogno di una nuova vita si è infranto con una cinghia spezzata, che doveva tenerlo aggrappato al telaio di un camion. E’ morto così Khaled, maciullato dall’asfalto di un’austostrada vicino a Forlì, il 22 gennaio del 2008. Gli enormi sacrifici per compiere la traversata che dall’Afghanistan porta a Patrasso, in Grecia, infatti, non bastano. Bisogna rischiare il tutto per tutto, anche la vita. Tra i fortunati ci sono quelli a cui va bene, e quelli che vengono bloccati dalle forze dell’ordine. Dall’inizio del 2008, almeno 290 rifugiati sono stati intercettati sui traghetti nel porto di Bari. E altri 296 nel porto di Ancona, di cui 57 solo il 28 settembre. Sono soprattutto afgani e iraqeni. Molti i minorenni. Tutti rinviati in Grecia, sulla base di un accordo di riammissione tra i due paesi, nonostante le critiche dell’Alto commissariato dei rifugiati dell’Onu. Atene, secondo l’agenzia internazionale, non sarebbe in grado di garantire loro un’adeguata protezione. I minorenni non accompagnati da genitori sono poi inespellibili. Questa purtroppo rimane la teoria. In realtà, con buona pace del ministro Maroni, vengono respinti tutti, indistintamente. Ad esempio, un ragazzino afgano, Jumaa K., è stato rispedito in Grecia per ben tre volte, e una quarta ha rischiato addirittura la morte per asfissia nel vano di un camion. Gli sfortunati, invece, sono quelli che incontrano la morte. L’elenco è lunghissimo: lo scorso 31 luglio, ad esempio, sono stati ritrovati i corpi di 13 uomini, asfissiati lungo il tragitto che dalla Turchia li portava in Grecia. All’appello non mancano i più piccoli, come un adolescente afgano, classe 1992, trovato morto in un tir sulla nave Ionian Queen, appena sbarcata a Brindisi. A Venezia, invece, nel solo 2008 le vittime della traversata dalla Grecia sono già cinque. E la lista si allunga di giorno in giorno.

La diaspora afgana è una catastrofe silenziata, sconosciuta ai più. Gli italiani e i loro governanti, prima di approvare soddisfatti leggi che istituiscono reati come quello dell’immigrazione clandestina (che punisce una persona in base a ciò che è, e non a ciò che fa), dovrebbero confrontarsi con le tragiche vicende di queste persone, di questi esseri umani. Già, esseri umani. Come ciascuno di noi europei.

 

melchiades @ 20:45 | commenti (popup) | commenti