La Pulce, settembre 2008
Mariastella Gelmini, Il nuovo ministro dell’istruzione, vuole fare sul serio. Ha iniziato col ritorno del temutissimo voto in condotta, che di punto in bianco farà sparire migliaia di fastidiosissimi bulli dalle nostre scuole, e del grembiulino «che ricorda tanto i bei vecchi tempi», quando gli studenti erano tutti diligenti studiosi e non pensavano ad altro che all’algebra. Fino a qui nulla di grave, oltre all’illusione di cambiare i ragazzi.
Peccato che la ministra (o chi per lei) abbia deciso di continuare imperterrita la sua campagna. C’era da aspettarselo, figurarsi se tutte queste inutili modifiche non volessero preparare il terreno alla “riforma” vera e propria: i licenziamenti. Puntuale, una decina di giorni fa, è arrivato il Piano programmatico: spariranno 87.000 cattedre d’insegnante, 44.500 posti di personale amministrativo, tecnico e ausiliario. Tutto questo senza contare gli specialisti d’inglese alle elementari che perderanno il lavoro (11.200 circa).
La scusa è sempre la stessa: mancano i soldi, perciò bisogna risparmiare. Sulla scuola, sulla ricerca, sulla cultura. Insomma, lì dove noi Italiani ci possiamo permettere di stringere la cinghia. I “risparmi” saranno 8 miliardi di euro. Quei soldi serviranno per altro. A pagare i debiti dell’Alitalia, ad esempio. Già, perché il nostro governo ha regalato la parte pulita dell’azienda ad un gruppetto di imprenditori che, in cambio di favori politici e appalti all’expo di Milano, si prenderà patriotticamente la briga di amministrarla.
La parte cattiva, quella marcia di debiti, andrà allo Stato (cioè noi). Avevamo giusto 8 miliardi freschi freschi da investire, no? E in cosa, se non per incentivare le imprese (quelle fallite, in particolar modo)? Non ci resta che spiegare ai professori precari nelle nostre scuole, ai tecnici e ai ricercatori che presto perderanno il posto di lavoro a causa dell’Alitalia, o di quello che ne rimane. Il Governo l’ha salvata, così fanno sapere tutti i telegiornali, ma si dovrà pur fare qualche sacrificio.
In un paese dove chi fa ricerca universitaria da trent’anni è pagato 1000 euro, dove se vuoi studiare astrofisica ci sono le migliori università ma se dopo vuoi anche lavorare te ne devi andare, dove con 5.000 euro ti compri una laurea e se magari sei “figlio di” puoi anche fare carriera, ecco, in un paese del genere questo è la norma.
Viviamo in Italia, terra dalle mille contraddizioni. Passiamo il tempo a spaventarci per gli immigrati, mentre
Di questo passo finiremo per avere ministri che denunciano le promozioni facili al Meridione e poi volano a Reggio Calabria per dare l'esame da avvocato, tanto per dire.



